Trasformazione dei meloni, studio dell’anatomia del primo mutante di spicco.

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Il libro di Amedeo La Mattina analizza le varie trasformazioni della leader di Fdi. E avverte: “Una separazione politica che non potrà durare a lungo”.
Il titolo del libro è già un giudizio in sé e la dettagliata cronaca di Amedeo La Mattina ne conferma l’autenticità: Metamorfosi Giorgia (Linkiesta books), l’ultimo lavoro del giornalista politico di lunga esperienza presso La Stampa, racconta un anno e oltre di cambiamenti estremi della presidente del Consiglio, passando da leader di un piccolo partito populista e identitario di centrodestra che, per farsi notare, doveva fare affermazioni audaci riguardo alla leadership più o meno moderata della “Nazione”, termine che ama ripetere ossessivamente insieme agli altri ministri di Fratelli d’Italia.
Un agile saggio che, leggendolo, ci fa ricordare – abituati come siamo ad affrontare il presente, ignorando il passato recente – delle incredibili svolte di Giorgia Meloni che, per non essere travolta dal peso delle battaglie passate mentre era all’opposizione, che si scoprono irrealizzabili una volta al governo, ogni tanto ritorna alla sua vecchia versione e ad esempio vota contro la ratifica del Mes. Sfide e cortocircuiti per cercare di giocare l’eterno ruolo di rappresentante di lotta e di governo, osservando settimana dopo settimana i sondaggi e scegliendo l’abito più adatto. Lei, una leader che si definisce odiata dal mainstream, mentre è proprio lei il mainstream, con l’occupazione militare di Rai e istituzioni culturali; lei, che si autodefinisce underdog e che a 28 anni era già ministro.
La Mattina mette in guardia nella sua analisi: questo gioco rischia di rompersi velocemente. “Gli italiani si innamorano e si disinnamorano al ritmo dei social network. Non protestano, non fanno barricate, mugugnano, litigano attraverso intermediari nei talk show televisivi. Una parte sempre più ridotta degli elettori punta sull’unico, pallido voto rimasto, sperando di aver finalmente scovato il leader giusto. Meloni non crede di avere molto tempo a disposizione. Gli italiani sono sempre pronti a passare, senza gioia, a un altro giro di elezioni”, scrive l’autore. Lo sanno bene anche Matteo Salvini, i 5 Stelle, Matteo Renzi, tutti tributati di consensi ed onori e poi piú semplicemente dimenticati dal grande pubblico. Fino ad ora, Meloni ha tentato la strada della schizofrenia programmata, “studiata per mantenere unito il vecchio e il nuovo mondo, gli elettori tradizionalisti e quelli scettici, i veri patrioti e quelli che si credono tali, e i patrioti interessati. La leader di Fdi ha bisogno di tutte le voci del coro, anche dei tralci istituzionali”, scrive l’autore. Ed è vero, da Ignazio La Russa che ridimensiona i nazisti di via Rasella a dei poveri musicisti pensionati allo stesso La Russa che promette di celebrare il 25 aprile, anche se non in piazza. Meloni si mostra europeista, atlantista, attenta alle finanze pubbliche, insieme a draghi-incarnante, ma poi ha anche l’oltremanica pacca sulle spalle con il premier ungherese e filorussa Viktor Orban o con Santiago Abascal, il neo-fascista spagnolo che assedia le sezioni socialiste.
Ma, ripete La Mattina, questa divisione non funzionerà a lungo: “Restare avvolta nel suo mantello di Linus all’interno dei confini italiani e del partito, mentre all’estero parla in inglese come un’esperta di politica internazionale, è una separazione politica che Meloni non potrà sostenere a lungo”.
La presidente è quindi avvertita; farlo oggi con il centrodestra che, nonostante tutto, tiene bene nei sondaggi e per questo si parla già di un possibile secondo mandato nel 2027, sicuramente non è un’analisi comoda. Forse proprio per questo rischia di essere la più accurata.

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