Toscani ha affermato: “Ferragni non ha talento, ma sa commercializzare i pandori. Ora le aziende dovrebbero fare opere di beneficenza in modo discreto”.

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Oliviero Toscani, il rinomato fotografo che ha creato campagne storiche e provocatorie, condivide il suo pensiero sugli influencer: “I giovani sono lasciati soli dalle famiglie. Se sono un po’ superficiali è colpa di un Paese che non li coinvolge e non li retribuisce. Così si appassionano a idoli facili e messaggi banali.”
ROMA – Oliviero Toscani, il celebre fotografo che ha realizzato campagne storiche e provocatorie nell’era Benetton. Cosa ne pensa del caso Ferragni? Lo conosce? La storia del pandoro benefico…
“Mi piace pensare che i dipendenti e collaboratori non abbiano completamente informato Ferragni sul meccanismo messo in atto. Non ho elementi per giudicare le aziende coinvolte – Balocco e le varie aziende di Ferragni – quindi non esprimerò un’opinione. Posso parlare solo della mia esperienza diretta”.
E allora?
“Indipendentemente da queste specifiche aziende su cui non emetterò giudizi, la mia esperienza mi rende molto scettico nei confronti delle aziende. Ne ho incontrate molte che erano vere e proprie organizzazioni criminali”.
Criminali? Perché?
“Giuravano di voler fare beneficenza quando in realtà il loro vero obiettivo era trarne profitto sfruttando l’attrazione dell’iniziativa benefica. Non è così che funziona”.
E come dovrebbe avvenire la beneficenza?
“Nella discrezione e nel silenzio. Dovrebbe essere fatta senza farsi notare. E bisogna sempre separare l’intenzione di donare dall’intenzione di guadagnare. Spero che anche Chiara tenga a mente questo consiglio per il futuro”.
Le piace Chiara Ferragni? Pensa che abbia qualche talento?
“Nessuno. La trovo bella, punto. E sicuramente ha la capacità di vendere, anche pandori e uova di Pasqua. Questa è la sua abilità, questo è il suo lavoro. Quindi non stupiamoci se nuota in questo mare puramente commerciale”.

CHIARA FERRAGNI

Secondo lei, perché i giovani seguono gli influencer?
“Perché molti di loro, non tutti, ma molti, sono un po’ superficiali. Hanno bisogno di idoli facili e messaggi banali a cui aggrapparsi. Molti di loro non si accettano e vedono negli influencer, nei modelli e nelle modelle un ideale di bellezza e successo che ritengono essere irraggiungibile”.
Come fare per farli uscire dal gregge?
“Dobbiamo coinvolgerli in attività creative, significative ed utili. E dobbiamo pagarli. Ho lavorato solo con ragazzi e ragazze di 24-25 anni al loro primo lavoro. Non sapevano fare molto, ma davano tutto il loro cuore”.
Sono necessarie regole per il mondo degli influencer?
“Ma quale regolamentazione? Non illudiamoci. Quel mondo non può essere regolamentato. Ciò di cui abbiamo bisogno è l’educazione. Ed è un compito che dovrebbe essere assunto dai genitori. Ma spesso rinunciano a questa responsabilità”.
Pensa che i ragazzi siano soli?
“Sì, o mal accompagnati. L’altro giorno ho incontrato una coppia con un bambino. Ho chiesto al bambino: come ti chiami? E la madre ha risposto: si chiama Mario. Allora ho detto: quanti anni hai? E il padre ha detto: ha cinque anni”.
Cosa ha fatto in seguito?
“Mi sono permesso, con umiltà naturalmente, di spiegare ai genitori che il bambino sembrava intelligente e aveva una bella voce. Quindi sarebbe stata compito suo presentarsi e parlare. Ci sono bambini che sono praticamente abbandonati e altri che sono costantemente protetti. Li trattano come se fossero dei re o delle regine. E poi non stupiamoci se, a causa di troppa solitudine o troppi vizi, diventano schiavi del loro cellulare”.

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