Noi e l’emergenza dei femminicidi: la lotta di Murgia per cambiare il modo di parlare.

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Con il verricello “L’ho ammazzata perché la amavo”. Non è vero!, il pamphlet sul femminicidio (allora una parola nuova, ci torneremo) redatto da Michela Murgia e Loredana Lipperini. Attualissimo. Comincia con un registro di numeri, un registro spaventoso e triste, “L’ho ammazzata perché la amavo”. Non è vero!, il piccolo libro sul femminicidio che Michela Murgia e Loredana Lipperini pubblicarono per la prima volta dieci anni fa, e ora torna come l’ultima uscita (a 8,90 euro oltre al prezzo del polidiario) della serie di libri di Michela Murgia dedicata da Repubblica dopo la sua morte lo scorso agosto.

Inizia con un registro di numeri che corrispondono alle donne uccise nel 2012 e al numero di volte in cui i media ne hanno parlato: una somma che inizia il primo gennaio con due giovani prostitute assassinate “a colpi di bottiglia e col coltello” e continua fino a contare oltre un centinaio di vittime. Inizia con i dati ma non si ferma ai dati, anzi, passa al linguaggio: al modo in cui questi omicidi, premeditati e compiuti con freddezza – perché uccidere qualcuno non è un atto impulsivo ma un’azione pianificata fino alla fine – vengono raccontati: un racconto comune, sia degli individui sia dei media, che ha enormi conseguenze sociali e che affonda le sue radici – un capitolo si dedica a questo – in un retaggio culturale che collega indissolubilmente l’amore e la morte (delle donne), dalla letteratura all’opera lirica.

A dimostrare come l’uccisione di una donna sia banalizzata come conseguenza di un’impulso (e quindi giustificata) è proprio la frase con cui il libro si apre, che abbiamo sentito ripetere – con piccole varianti – dai colpevoli, dai loro parenti, dai loro avvocati: “Ero geloso. Non volevo che se ne andasse. La amavo più della mia vita. È stato un impulso”.

Murgia, che ha lavorato fino alla fine sul cambiamento della lingua con cui costruiamo la società, insieme a Lipperini parte proprio da qui: dalla necessità di smontare l’associazione tra gelosia e amore e tra omicidio e amore, per mettere in rilievo la violenza e l’oppressione, e proporre una nuova educazione collettiva. Le due autrici partono da una parola, spiegando come, mentre scrivono, “la parola femminicidio, finalmente, è diventata di uso comune, anche se con infinite distinzioni, ed è uscita dai circoli ristretti delle studiose e delle attiviste”.

Mentre per la prima volta in Italia abbiamo un governo guidato da una donna (che ha chiesto all’inizio del mandato di essere chiamata il primo ministro) in queste pagine che risalgono a un decennio fa leggiamo parole visionarie: “Se ti presenti alle elezioni senza un programma che riguarda i diritti delle donne, non ti voterò solo perché sei donna”, a dimostrazione di quanto manchi ancora per avere una rappresentanza politica dei diritti. E mentre l’eco della mobilitazione generata dal delitto di Giulia Cecchettin non si placa, qui leggiamo: “Il femminicidio si chiama così perché identifica un tipo di crimine che si verifica all’interno di relazioni intrise di una struttura culturale arcaica, che ancora non si dissolve (…) anche questo dobbiamo affrontarlo, anche di questo dobbiamo prendere atto: non dire “a me non succede e nemmeno a quelli che conosco”.

Quindi, leggiamo questo “L’ho ammazzata perché la amavo”. Non è vero!, seguendone tutto l’argomento dal punto centrale. Nonostante le negazioni e l’accusa di voler alimentare una guerra tra i sessi, rimane un fatto innegabile sia dieci anni fa sia oggi. Le donne continuano a morire per lo stesso motivo: “Ti lascio, ti lascerò, vorrei lasciarti, ti ho lasciato ma accetto di rivederti. E lui, quel lui così dolce e disperato – perché, per lui, gli aggettivi ci sono – arriva all’appuntamento con un coltello o una pistola o un bidone di benzina, o semplicemente con le mani. O mia o di nessuno”. E uccide.

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