Il 40 per cento sarà sufficiente per la selezione del primo ministro. Il Partito Democratico afferma: “In questo modo deciderà la minoranza”.

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Un’elezione diretta del presidente del Consiglio, ma con il sostegno di una minoranza degli italiani. La riforma del governo che introduce il premiership non prevede una soglia minima che il candidato a Palazzo Chigi deve superare per essere eletto validamente. L’unica previsione è che il candidato deve godere del sostegno di una maggioranza pari al 55% dei deputati e senatori. L’assenza di questa disposizione nel progetto di legge solleva dei seri dubbi di costituzionalità che possono essere risolti con l’introduzione di una soglia minima del 40%: questa è l’opinione della ministra per le Riforme, Maria Elisabetta Casellati. Secondo il ddl Casellati-Meloni, questa soglia si applicherebbe sia ai candidati parlamentari che al candidato premier, dato che i due processi elettorali devono avvenire “contestualmente”.

Questo significa che, se la riforma costituzionale e la legge elettorale in cantiere diventeranno legge, il prossimo presidente del Consiglio potrebbe anche essere eletto con il voto favorevole del 40% degli italiani. Il Partito Democratico considera questa situazione “un’assurdità pericolosa”: secondo il vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Dario Parrini, il governo Meloni non solo vuole eleggere direttamente il presidente del Consiglio, cosa che non avviene nelle altre democrazie europee, ma vuole anche consentire l’elezione di un premier che non goda della maggioranza dei votanti.

Ma questa norma è tutt’altro che uno scandalo per i membri della maggioranza. Secondo il presidente della commissione, Alberto Balboni, esponente di Fratelli d’Italia, “è una norma che è già in vigore nel Regno Unito, dove non c’è l’elezione diretta del primo ministro ma il re non si sognerebbe mai di non affidare l’incarico a una figura diversa dal leader del partito che ha vinto le elezioni, anche senza la maggioranza dei votanti. Inoltre, con una soglia di successo del 50% al primo turno, sarebbe più probabile un ballottaggio, con alcune conseguenze che abbiamo già visto con la legge per i sindaci: il vincitore al secondo turno, a causa della bassa affluenza, potrebbe ricevere meno voti rispetto al candidato sconfitto al primo turno”.

Tuttavia, questo tema preoccupa molti rappresentanti delle opposizioni, che ritengono che questa norma sia stata progettata per garantire nell’avvenire l’elezione garantita di un capo del governo di centrodestra (“Non si può dare Palazzo Chigi e la maggioranza del Parlamento a chi è contrario alla maggioranza dei votanti”, sottolinea ancora Parrini), mentre i poteri del Presidente della Repubblica verrebbero ridimensionati. Le parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa, sulla necessità di fermare l’ampliamento dei poteri del Quirinale oltre quelli previsti dalla Costituzione, suscitano ancora discussioni: “Mi sembra che La Russa abbia gettato la maschera della riforma di questo governo, che è pericolosa perché riduce le prerogative del Presidente della Repubblica e del Parlamento”, afferma la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

Tuttavia, questo tema è stato appena discusso ieri in Senato durante una riunione della commissione, nella quale si è deciso di proseguire con un ciclo ristretto di audizioni. Sarà ascoltato, tra gli altri, Sabino Cassese. La scadenza per gli emendamenti è fissata al 29 gennaio. La strada è ancora lunga e ci sono ancora molti nodi da sciogliere, tra cui la disposizione anti-ribaltone che continua a non convincere molti, tra cui anche il partito Fratelli d’Italia.

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